LIBERALIZZAZIONE DELL’AVVOCATURA? MA NON LA ABBIAMO GIA’ FATTA?

BASTA CON LE LEGGENDE METROPOLITANE SULL’AVVOCATURA!

SEI D’ACCORDO?

Oggi non credo che si possa parlare di mancata liberalizzazione delle professioni.
Anzi.
Con oltre 200.000 avvocati sul mercato mi viene da pensare che vi sia fin troppa libertà di esercizio virtuale della professione.

Si, hai letto bene: ho detto professione virtuale apposta. Con quel numero di avvocati sul mercato si può solo pensare ad un’attività del tutto teorica e per nulla operativa in pratica.
Non mi credi?

Basta leggere i numeri: siamo in 60 milioni di italiani. Abbiamo oltre 200 mila avvocati. Uno ogni tremila cittadini della repubblica.
Uno studio con qualche densità professionale, e la voglia di fare qualità, deve veder entrare almeno 50 cause nuove ogni anno per legale.
3000 cittadini per ogni avvocato che abbisogna di 50 fascicoli processuali annuali significano che ogni 60 persone vi deve essere almeno un processo nuovo per anno. In dieci anni un italiano su 5 dovrebbe vivere una causa. Ma, come tutti sanno, una lite processuale non ha un epilogo istantaneo, ovvero non si consuma in un unico episodio processuale, bensi dura anni. Ad oggi, la durata media è di circa 5 anni.

Allora, se un cittadino su 5 deve avere un processo ogni dieci anni, e questo processo dura circa 5 anni, la percentuale degli italiani a rischio contenzioso aumenta.

Praticamente, per sostenere 200.000 avvocati,  un italiano su 2 avrebbe sempre una causa pendente.

Nelle cause civili tuttavia capita che la lite coinvolga almeno 2 parti. Il che vuol dire che la base umana del processo potrebbe anche rarefarsi: arriveremmo ad un italiano su uno in contenzioso ogni anno.

Per queste ragioni si può pensare che la situazione non possa essere sostenuta sul medio lungo periodo e si farebbe persino fatica a capire come si resista oggi, se non ci ricordassimo che siamo in Italia.

Perché?

Semplice: abbiamo uno dei tassi di contenzioso irrisolto più alti del mondo, sia per numero di processi pendenti penali che civili; e ciò con ogni ricaduta sul funzionamento del sistema.
Nessun operatore economico ed imprenditoriale del mondo ritiene che la soleggiata penisola sia un buon luogo dove investire anche per questa atavica tradizione allo bizantineggiante stratificarsi, gli uni sugli altri, di decenni di processi.

Questo patologica italica particolarità ha causato anche il consentire la sopravvivenza operativa di intere schiatte di avvocati che, altrimenti, sarebbero state espulse dalla professione per semplice selezione darwiniana.

Invece, NO!

La quantità di materia prima processuale ha consentito di far allevare generazioni e generazioni di aspiranti legulei che, a prescindere dall’effettiva eccellenza nella professione, e contro ogni logica circa l’opportunità di rarefare l’offerta per alzare la domanda e migliorare i profitti, ha visto rincorrersi competitors che avevano unica chance per colmare la scarsezza del loro prodotto: abbassare il prezzo.

E così ci siamo trovati ad avere 1.600.000 tonnellate di azzeccagarbugli che hanno inondato il mercato dei servizi legali di offerte outlet per indennizi da sinistro stradale, separazioni dei coniugi bricolage, recuperi crediti a forfait e via discorrendo.

Sei d’accordo?

Se la risposta è si, allora sottoscriverai anche il fatto che l’apprezzamento medio del cliente dell’avvocato è anche notevolmente calato ed oggi il professionista legale è ben poco valutato nell’immaginario collettivo della nostra società.

Mi pare quindi di poter concludere riprendendo l’inizio di questa riflessione: quando senti raccontare che la fortuna dei consumatori è la liberalizzazione delle professioni, fai notare a chi è intorno a te da che pulpito ve la stanno raccontando.

Liberalizzare nei servizi primari (e la giustizia è un servizio primario) non deve significare vendere un prodotto di basso livello perchè costa poco. Ma vuol dire creare libero accesso ad uno standard di qualità minimo garantito.

Per garantirlo ci deve tuttavia essere un compenso adeguato che stimoli il professionista ad essere un’eccellenza. Diversamente, non vedo perché non si dovrebbe farsi operare al cuore dal primo neolaureato in chirurgia.

Alberto Vigani

One Response to “LIBERALIZZAZIONE DELL’AVVOCATURA? MA NON LA ABBIAMO GIA’ FATTA?”

  1. giovanna piazzalunga says:

    Assolutamente d’accordo!! Era già stata approvata in Senato una proposta di legge che andava in senso diametralmente opposto (accesso alla professione più selettivo) e conteneva una serie di conquiste di civiltà che veramente avrebbero riportato l’avvocatura ad essere una professione di prestigio come un tempo (es. specializzazioni, esame più selettivo, caduta della grande ipopcrisia della norma sulla incompatibilità tra lo status di dipendente e quello di avvocato)!
    Che fine ha fatto questo disegno di legge?

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