ARRIVA LA RIFORMA FORENSE E GLI AVVOCATI POSSONO FARSI PUBBLICITA’. O NO?

LEGAL ADVERTISING: OGGI DAVVERO SI PUO’?

Avvocati e pubblicità

Avvocati e pubblicità

Questo è il testo della disposizione che autorizza la pubblicità informativa dell’avvocato:

Art. 10.
(Informazioni sull’esercizio della professione)
1. È consentita all’avvocato la pubblicità informativa sulla propria attività professionale, sull’organizzazione e struttura dello studio e sulle eventuali specializzazioni e titoli scientifici e professionali posseduti.
1. È consentita all’avvocato la pubblicità informativa sulla propria attività professionale, sull’organizzazione e struttura dello studio e sulle eventuali specializzazioni e titoli scientifici e professionali posseduti.
2. La pubblicità e tutte le informazioni diffuse pubblicamente con qualunque mezzo, anche informatico, debbono essere trasparenti, veritiere, corrette e non devono essere comparative con altri professionisti, equivoche, ingannevoli, denigratorie o suggestive.
4. L’inosservanza delle disposizioni del presente articolo costituisce illecito disciplinare.

Si individua esattamente l’oggetto della pubblicità ammessa nell’attività professionale dell’avvocato, nell’organizzazione e struttura del suo studio e nei suoi eventuali specializzazioni e titoli scientifici e professionali posseduti.

Non si parla invece dei compensi previsti per le attività richieste al professionista. I primi interpreti però non escludono che la descrizione delle attività pubblicizzate non possa estendersi anche alla quantificazione del loro corrispettivo.

Anche per la perdita del requisito del decoro, non si fa più distinzione specifica nei mezzi ammessi per la diffusione del comunicato pubblicitario che, pertanto, può espressamente essere veicolato con qualunque supporto senza limite alcuno che il suo contenuto.

Quest’ultimo infatti deve rispondere a 3 requisiti oggettivi (trasparenza, verità e correttezza) e non violare 5 divieti espressi (non deve essere comparativo con altri professionisti, equivoco, ingannevole, denigratorio o suggestivo).

Qui scompare quanto era previsto con maggior limitazione nel testo del DDL approvato precedentemente dal Senato ovvero la finalità della tutela dell’affidamento della collettività, nel rispetto del prestigio della professione, ed il divieto di pubblicità esternata in maniera elogiativa. L’eliminazione di tali due vincoli e la sopravvenienza degli altri otto prima descritti fa conseguire che il perimetro dell’attività pubblicitaria consentita sarà quindi inclusivamente estensibile all’autoreferenzialità ed al superamento dell’interesse pubblico, salvo che non contrasti con quanto altro prescritto.

Il vero passaggio cardine resta perciò nella identificazione dei criteri oggettivi che tali aggettivazioni comportano e, se per i primi dubbi possono essere pochi, mi viene da essere molto più perplesso al riflettere sul divieto di pubblicità suggestiva ed all’estensibilità di tale limite.


In effetti per pubblicità si intende quella forma di comunicazione a pagamento, diffusa su iniziativa di operatori economici (attraverso mezzi come la televisione, la radio, i giornali, le affissioni, la posta, internet), che intende influenzare in maniera sistematica i comportamenti e le scelte degli individui riguardo al consumo di beni e all’utilizzo di servizi (by wikipedia).

Per chi fosse contrario ad un’accezione così ampia utilizzata dalla cultura del web non trova molto meno pure se fa una ricerca sul dizionario Treccani: “Pubblicità è la divulgazione, diffusione tra il pubblico. In particolare, l’insieme di tutti i mezzi e modi usati allo scopo di segnalare l’esistenza e far conoscere le caratteristiche di prodotti, servizi, prestazioni di vario genere predisponendo i messaggi ritenuti più idonei per il tipo di mercato verso cui sono indirizzati.”

Dalle due definizioni si può trarre la comune ed accettata lettura di una comunicazione avente lo scopo di far conoscere l’utile esistenza del prodotto/servizio descritto nel messaggio. Non si tratta perciò della veicolazione asettica e sterile di un contenuto semantico, bensì la trasmissione di un messaggio di valore che ha lo scopo far ritenere idoneo al pubblico l’oggetto medesimo della pubblicità.

Solo per la necessità di dare un senso di completezza al ragionamento ricordo che la norma di nuova concezione parla di “pubblicità informativa” riprendendo in pieno il concetto condiviso da tutti gli esperti del settore di intendere la pubblicità come forma di comunicazione argomentativa, ovvero come argomentazione e quindi tecnica atta a “provocare o accrescere l’adesione delle menti alle tesi che vengono presentate al loro consenso” (Perelman, Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica).

Da questa premessa etimologica mi pare di poter dedurre l’esistenza del pericolo di una proiezione infinita del divieto di pubblicità : infatti la definizione tecnica di pubblicità suggestiva è quella in cui si utilizzano le ricerche motivazionali, tese a scoprire le ragioni profonde che guidano il comportamento umano, guidando i pubblicitari a scoprire i desideri più profondi e irrazionali del soggetto – si comincia quindi a prendere in considerazione l’inconscio dei consumatori (da “Storia della Pubblicità in Italia” di Mario Turco). Non si tratta pertanto di una differente qualità del mezzo pubblicitario perché non è una pubblicità rappresentata in modo diverso, ma è invece uno strumento pubblicitario elaborato su un nuovo percorso di studio del prodotto e dell’utenza.

  • Qual è allora il discrimine fra una pubblicità deontologicamente lecita ed una illecita?
  • Quando un messaggio pubblicitario si può definire suggestivo nella veicolazione dei servizi dell’avvocato?
  • Dove si potrà tracciare una linea chiara fra la comunicazione pubblicitaria meramente informativa ed una capace anche di suggestionare i potenziali clienti dell’avvocato?

Faccio fatica e vedere il confine che si dovrebbe rispettare nel dare illustrazione delle proprie attività di avvocato perchè mi viene il dubbio che ogni informazione resa dall’avvocato in commento a proprie attività possa essere furbescamente fraintesa da questo piuttosto che da quel soggetto interessato anche solo nuocere al legale di turno.

Il termine “suggestivo” infatti non pare ben qualificato dal mondo giuridico venendo mutuato da quello della comunicazione senza alcuna cultura sottostante ed fin qui incamerando soltanto il pericolo di mercificazione della classe forense nello stringersi a difesa del concetto – ora superato – del decoro professionale.

Confido perciò che si passi ad una riflessione più ampia di quella che ha originato e supportato la oramai conosciutissima sentenza della Suprema Corte (Sezioni Unite, 23287/2010 ) che sottolineava il divieto di “effettuare alcuna forma di pubblicità con slogan evocativi o suggestivi, privi di contenuto informativo professionale, e quindi lesivi del decoro e della dignità professionale”, dove non si capiva se la violazione stava più nella carenza di informazione professionale piuttosto che nella lesione del decoro causata dallo slogan evocativo/suggestivo, o forse/persino nell’esistenza stessa dello slogan.

Credo pertanto che dalla lettura combinata di requisti e limiti all’attività pubblicitaria dell’avvocato si sia in grado di evincere, per somma e sottrazione, la condotta più idonea per il professionista senza, da una parte, creare una caccia alle streghe o, dall’altra, lasciar spazio ad un mondo anarchico e dequalificante.

Alberto Vigani
Avvocato

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